Le tre caratteristiche letterarie del nuovo libro di Patrizia Bianco

Radici Lucane è un lavoro attento, intenso, struggente, un omaggio alle atmosfere leviane e pasoliniane della Matera del ‘900.”

Patrizia Bianco ha una personalità poliedrica. Apparentemente timida, ma una volta scartato l’involucro della conoscenza la scopri aperta al mondo. Se poi vai oltre e ne diventi amico, Patrizia si apre ad una solarità fatta di abbracci e affettività.

Radici Lucane”, che contiene un prezioso cammèo di Giuseppe Lupo, è tre cose contemporaneamente. È un romanzo di formazione. In particolare, lo è, attraverso uno dei personaggi, Teodora, che viaggia per conoscere, scavare la storia, viaggia per crescere. Come nel  primo libro di Patrizia Bianco, dove a viaggiare era l’autrice. Il viaggio è un bisogno, una catarsi, una conversione alla verità. Un battesimo. Il desiderio testardo di riallineare le stelle per riprendere il cammino.

Radici Lucane è anche un percorso nel tempo. È un romanzo storico. Apre un palcoscenico al lettore di formidabile conoscenza. Il secolo scorso. A cavallo delle due guerre, dentro il secondo conflitto e poi il dopo. La fine del mondo arcaico, magico, intriso di atmosfere bucoliche, di un Mezzogiorno, quello interno, che Giustino Fortunato definì “l’Osso del Sud”, che non riesce a cambiare pelle con la velocità che la modernità richiede. Una Matera leviana, dove povertà e pregiudizio inquinano le relazioni sociali, ma anche un mondo contadino che sembra essere in ghiaccio. Forse è questa la ragione per la quale i Sassi ci hanno raggiunti nel post moderno in tutta la loro fragranza antica ed intatta. La loro conservazione, persino inconsapevole. La ragione per la quale Pierpaolo Pasolini li fece teatro memorabile del suo “Vangelo secondo Matteo”. Un Sud mediterraneo ancestrale, dove la pietra e il legno divennero casa e croce. In Mel Gibson sangue e croce.

La storia della Bianco ripercorre il viaggio della giovane Teodora in Lucania e le vicende di una famiglia patriarcale nell’arco di tre generazioni a partire, come già sottolineato, dagli anni ’30. È un ritorno “necessario” per svelare il mistero che avvolge l’infanzia dell’anziana madre nel tentativo di contrapporlo all’oblio verso cui la malattia la sta trascinando. Alla distanza nello spazio si sovrappone un salto temporale e il viaggio si fa “esperienza”. Eccolo, il romanzo di formazione.

Dicevo che Radici lucane”  è tre cose contemporaneamente. Infatti, il libro di Patrizia Bianco è anche un romanzo psicologico. Forse, questo, almeno per me, è l’aspetto più prorompente  nella composizione di questa corposa opera.

A dominare in questo genere, dove mi piace collocare “Radici Lucane, vi è il mondo interiore dei personaggi, i loro processi psichici, le emozioni che derivano dal profondo, gli stati d’animo e le riflessioni consce o inconsce. Un po’ come ne La coscienza di Zeno di Italo Svevo o in Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello. Infatti, si coglie nel romanzo psicologico il vento delle  scoperte della psicoanalisi di Freud. Anche Patrizia Bianco ha creato personaggi i quali, più che vivere esperienze nel mondo esterno, compiono un “viaggio” nel proprio mondo interiore. Essi però non trovano facilmente una via d’uscita e spesso le loro riflessioni diventano pensieri fissi, manie, che rendono la loro vita angosciosa e piena di paure.

La catarsi sarà nella verità, nella storia che reimpagina se stessa, che svela segreti, se volete anche nella ricostruzione che i personaggi fanno delle vicende che hanno vissuto. Da scrittore direi che persino le bugie hanno diritto di mescolarsi alla verità se aiutano a produrre una riconciliazione, prima di tutto con se stessi e poi con il mondo.


Ecco un estratto della recensione che Gianfranco Blasi ha scritto il 4 dicembre 2020 sul suo blog, Pensieri Meridiani, di “Radici Lucane“.

Leggi la recensione completa direttamente sul suo sito cliccando qui.


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